1. I dati: il divario economico non è più un’anomalia, è un equilibrio statico
I dati pubblicati da Il Sole 24 Ore l’11 novembre 2025, su base Eurostat 2024 e Accordi per la Coesione, confermano una condizione ormai consolidata: la Calabria è ultima per PIL pro capite e quasi ultima per capacità di spesa dei fondi europei e nazionali di coesione.
Il PIL pro capite calabrese si attesta al 57,3% della media europea, a fronte del 117,7% dell’Emilia-Romagna, 132,7% della Lombardia e 159,3% della Provincia di Bolzano.
Non si tratta più di un “ritardo” ma di una divergenza strutturale.
Da oltre vent’anni, la Regione si muove su un sentiero di crescita nominale minima, incapace di convergere verso la media nazionale, e ancor meno verso quella europea.
Sul fronte della spesa pubblica di sviluppo, la situazione è speculare:
a fronte di 1,98 miliardi di euro programmati nell’ambito degli Accordi per la Coesione, risultano impegni pari al 18,34% e pagamenti effettivi al 4,94% (dato aggiornato al 31 agosto 2025).
La media nazionale dei pagamenti è appena inferiore (4,48%), ma il confronto è fuorviante: regioni come la Lombardia o l’Emilia-Romagna, con capacità di spesa private e pubbliche molto più elevate, utilizzano i fondi di coesione come leva marginale; la Calabria, invece, li dovrebbe utilizzare come leva primaria.
La differenza non è nei numeri, ma nella dipendenza.

2. Il modello economico calabrese: una dipendenza patologica dal trasferimento pubblico
L’analisi dei flussi finanziari regionali evidenzia che oltre il 65% della spesa complessiva che alimenta il tessuto produttivo deriva da fonti pubbliche: fondi europei, PNRR, trasferimenti statali, incentivi e misure compensative.
Questo significa che il motore economico calabrese è esogeno: dipende da risorse esterne, non da capacità endogene di produzione di valore.
È un’economia di tipo assistenziale-strutturale, dove la spesa pubblica sostituisce la politica industriale.
La conseguenza è duplice:
da un lato, si genera un effetto anestetico: l’apparente presenza di risorse alimenta la narrazione dello “sviluppo imminente”, che però non arriva mai;
dall’altro, si indebolisce progressivamente la capacità imprenditoriale locale, che si adatta a sopravvivere entro logiche di contributo, non di mercato.
Il capitale privato, in assenza di un contesto normativo e amministrativo affidabile, non investe.
La pubblica amministrazione non pianifica per attrarre investimenti, ma per “spendere fondi”.
Il sistema bancario non trova progetti bancabili, perché la progettualità locale non produce ritorni misurabili.
È un circuito chiuso, perfettamente inefficiente ma stabile..

3. La governance istituzionale: frammentazione, inerzia e deresponsabilizzazione
Sul piano amministrativo, la Calabria sconta un difetto strutturale di governance multilivello:
oltre 200 enti strumentali e soggetti attuatori,
centinaia di stazioni appaltanti indipendenti,
un sistema decisionale in cui l’autorità politica non ha mai definito una catena di comando chiara.
Le procedure decisionali sono verticali quando servirebbero orizzontali, e orizzontali quando occorrerebbe un coordinamento unico.
Il risultato è un iper-proceduralismo paralizzante, dove il rischio d’errore burocratico pesa più del rischio di inefficienza economica.
Ogni anno si ripetono gli stessi riti amministrativi: bandi, short list, task force, tavoli tecnici.
Ma la gestione di progetto resta atomizzata: i RUP cambiano, le unità di progetto si dissolvono, le milestones vengono spostate “per motivi organizzativi”, e i cronoprogrammi servono più per coprire che per monitorare.
La rendicontazione è ex post, mai integrata nella gestione.
Questo genera un effetto di inerzia istituzionale: anche chi vuole agire è frenato da un sistema che premia l’inerzia come forma di prudenza.
4. La responsabilità politica: l’assenza di una visione misurabile
Non c’è una differenza sostanziale tra le varie stagioni di governo regionale.
La retorica cambia, le sigle pure, ma la struttura decisionale resta identica.
Si parla di “sviluppo sostenibile”, “innovazione”, “transizione digitale”, ma non esistono KPI pubblici, misurabili, verificabili che rendano conto di quanto quelle parole si traducano in risultati.
La politica calabrese, di ogni orientamento, ha gestito i fondi invece di governare la trasformazione.
Si è limitata a spostare risorse, a riempire schede, a firmare protocolli.
L’ossessione è stata la “spesa certificata”, non l’efficacia economica.
In assenza di un sistema di monitoraggio strategico, la Regione ha finito per rincorrere la conformità, non l’efficienza.
È un sistema autoreferenziale, dove il linguaggio contabile ha sostituito quello produttivo.
E mentre l’amministrazione misura la percentuale di avanzamento della spesa, il territorio misura la propria marginalità.
5. L’impatto sociale: il consolidamento dell’assistenzialismo e la fuga delle competenze
Sul piano sociale, la conseguenza più grave è la progressiva destrutturazione del capitale umano.
In un contesto dove il denaro pubblico diventa l’unico flusso vitale, si inverte la logica meritocratica:
il valore non sta nell’idea, ma nel progetto finanziato;
non nel risultato, ma nella conformità amministrativa.
Questo ha prodotto una cultura del lavoro e dell’impresa subalterna alla logica del contributo.
L’assistenzialismo, da misura emergenziale, è diventato un ecosistema.
Le generazioni più formate percepiscono la Calabria come un territorio incapace di valorizzare competenze e conoscenze, e reagiscono con l’unica scelta razionale possibile: l’emigrazione.
Ogni anno la Regione perde capitale umano qualificato che non rientrerà più, alimentando una spirale demografica e produttiva negativa.
L’assistenzialismo non è solo inefficiente: è antieconomico.
Drena risorse pubbliche senza generare moltiplicatori, comprime la produttività, abbassa l’etica del lavoro e induce la politica a governare con il consenso, non con la visione.
6. La variabile istituzionale: un deficit di accountability
Il punto più critico non è la mancanza di risorse, ma la mancanza di responsabilità operative.
Nessun dirigente pubblico o politico in Calabria risponde oggi, in modo misurabile, di obiettivi economici.
Gli indicatori di performance, dove esistono, sono burocratici e autoreferenziali.
Nessuno valuta quante opere programmate arrivino a esecuzione, quanti fondi producano ritorni economici reali, quante imprese sopravvivano dopo aver ricevuto contributi.
Il risultato è una pubblica amministrazione che non apprende dai propri errori.
Ogni ciclo di fondi ricomincia da zero, con le stesse debolezze progettuali, le stesse incertezze amministrative e la stessa opacità nelle responsabilità.
Questo è il vero “spread del Sud”: non economico, ma istituzionale.
7. La Calabria come laboratorio del paradosso italiano
La Calabria rappresenta oggi un caso emblematico di fallimento sistemico della politica di coesione in Italia.
Non per scarsità di fondi, ma per assenza di governo operativo delle risorse.
Ogni euro disponibile è intrappolato in procedure che ne rallentano l’impatto, in progetti senza cantierabilità, in amministrazioni che preferiscono non decidere per non sbagliare.
È una Regione che ha sostituito la politica industriale con la gestione amministrativa della spesa,
la responsabilità con la formalità,
la visione con la contabilità.
Uscirne non è impossibile, ma richiede una discontinuità culturale, prima ancora che amministrativa.
Significa introdurre standard di performance vincolanti, modelli di monitoraggio in tempo reale, centralizzazione delle competenze progettuali e — soprattutto — la consapevolezza che la misura del successo non è la spesa, ma l’impatto.
Finché la Calabria non accetterà questa verità elementare, continuerà a essere ultima per PIL, penultima per spesa e prima per spreco di potenziale umano.
E continuerà a chiamare “sviluppo” ciò che, in realtà, è solo amministrazione della sopravvivenza.
8. L’altra economia: il peso del sommerso e il paradosso della sopravvivenza
Ogni analisi sulla Calabria che si limiti ai dati ufficiali restituisce solo metà della realtà.
L’altra metà vive fuori dalle statistiche: un’economia informale, diffusa, stratificata, che rappresenta una componente strutturale del sistema regionale.
Secondo le stime ISTAT e Banca d’Italia, il lavoro irregolare in Calabria oscilla fra il 20 e il 24% dell’occupazione complessiva, con picchi superiori al 30% in alcuni comparti agricoli, turistici e dei servizi alla persona.
Si tratta di un fenomeno che va ben oltre la mera evasione fiscale: è una forma di adattamento economico a un contesto in cui le procedure legali sono percepite come troppo lente, costose o ostili.
Molte microimprese operano in un’area grigia tra legalità e sopravvivenza, alimentate da una burocrazia che scoraggia l’emersione e da un mercato che non premia la regolarità.
Il sommerso, però, non è un cuscinetto di resilienza: è un moltiplicatore di vulnerabilità.
Sottrae base imponibile, distorce la concorrenza, riduce la produttività reale e impedisce di costruire politiche economiche basate su dati affidabili.
Ma soprattutto, trasforma l’irregolarità in normalità.
Nel medio periodo, questo produce un effetto devastante: un sistema in cui il rispetto delle regole diventa un handicap competitivo.
Il sommerso calabrese è quindi la conseguenza diretta — e insieme la causa — dell’inefficienza istituzionale.
Dove lo Stato e la Regione non riescono a creare un contesto economico fluido, l’informalità diventa l’unica forma di efficienza possibile.
È un’economia parallela che tiene in vita migliaia di famiglie ma impedisce alla Regione di evolvere verso una modernità produttiva.
Senza una strategia di emersione integrata — fiscale, amministrativa e culturale — ogni politica di coesione continuerà a essere falsata all’origine.
📊 Fonti: ISTAT – Conti economici territoriali 2024; Banca d’Italia, Economie regionali, Rapporto Sud 2025.
📊 Fonti: Il Sole 24 Ore – Edizione 11/11/2025, Eurostat 2024, Accordi per la Coesione 2025.
🧭 Analisi redatta nell’ambito del modello Financial Vision® – Paoletty S.r.l.


